
“La sinistra non è questione di governo” (G. Deleuze)
La campagna elettorale che termina in questi giorni non ci ha affatto entusiasmato. Non abbiamo mai pensato che i cambiamenti sociali possano avvenire grazie alle elezioni, ma nonostante questo molti e molte di noi sono corsi a votare per Prodi alle scorse elezioni, scommettendo sul ruolo di pungolo a sinistra di Rifondazione Comunista. Doveva essere il partito che avrebbe posto fine all’esistenza di tutti i partiti – a sinistra – rilanciando la scommessa di una “alternativa di società”, piuttosto che il rituale di un’alternanza di governo. Nessuno di noi si era illuso che potessero esistere governi “amici” o governi di sinistra, ma il governismo ha prevalso ugualmente in quel che resta della sinistra istituzionale.
Con l’esperienza del governo Prodi si chiude finalmente un’illusione - retaggio del novecento – ed è ora di dirlo chiaramente: non ci sarà un governo “di sinistra”, date le condizioni imposte alla società dalla globalizzazione neoliberista e dalle sue varianti regolazioniste. Potranno esserci governi “sensibili” a certe proposte, a certi temi, a certe battaglie, ma un governo di sinistra, un governo cioè che abbia a cuore il progetto di una trasformazione sociale non esiste e forse non esisterà mai più. Prendiamoci governi, prendiamoci amministrazioni locali, giochiamo a stare dentro le istituzioni, utilizziamo pure tutti gli strumenti offerti dalla rappresentanza politica, ma non illudiamoci che “governo” possa oggi significare trasformazione sociale.
La sinistra istituzionale è ormai solo un insieme di slogan ideologici privi di nessi reali di rapporto con i soggetti del lavoro precario: un progetto di sinistra “sociale” dovrebbe oggi porsi innanzitutto il problema di ricostruire un tessuto di lotte, una relazione sociale costituente con i nuovi soggetti del lavoro precario, con i/le migranti, con gli/le studenti/esse. Non si può pensare che possa esistere un’ipotesi di via di uscita “a sinistra” dalla crisi economica e sociale del neoliberismo, senza investire – prima che sulle elezioni e sulla conquista di posti di potere nel “palazzo” – tutte le proprie energie, umane e intellettuali, nella ricostruzione di percorsi di lotta sociali, di democrazia reale, dal basso. In poche parole, senza lotte niente rappresentanza, senza movimento, senza fermento, senza democrazia dal basso, le elezioni sono un contenitore vuoto: se non c’è chi dedica le proprie energie a costruire le possibilità di contrastare quotidianamente le offensive ai diritti sociali e di rilanciare le lotte a favore di nuovi diritti sociali di cittadinanza, non c’è “voto utile” che possa reggere l’urto dello scontro sociale sempre in atto tra dominanti e dominati, tra sfruttatori e sfruttati. Ma certo, ci si dirà, la sinistra arcobaleno va nelle istituzioni proprio per offrire sponde istituzionali alle lotte, per aprire spazi di agibilità politica all’interno, nel cuore del “palazzo”. E’ vero, non c’è dubbio, che questo è stato il ruolo e la generosità di alcuni/e singoli/e compagni/e che hanno concepito il proprio stare nelle istituzioni come una “funzione di servizio” nei confronti delle lotte, delle istanze sociali e delle rivendicazioni, e soprattutto rimettendo continuamente il proprio mandato alle comunità in lotta, alle assemblee in fermento, dalla Val di Susa, a Vicenza, passando per Caserta e le lotte per il Macrico (do you remember consiglio comunale?). Non è stata però questa la bussola che ha orientato la linea politica della sinistra di governo, tutt’altro. Se oggi Bertinotti dice di voler essere l’opposizione a Veltroni e a Berlusconi, lo fa solo perché è nelle cose, perché è stato scaricato, perché solo così può ancora ricavarsi una nicchia di azione politica nella rappresentanza. Nessuna illusione: ci spieghino infatti, i compagni e le compagne della Sinistra Arcobaleno, come mai sono ancora lì a reggere le sorti delle giunte regionali, provinciali e comunali, complici del disastro sociale, ambientale ed economico della Campania?
A questo punto, sapere chi andrà al governo poco ci importa: chiunque vada - Veltroni o Berlusconi - si troverà a dover affrontare i rigurgiti della crisi finanziaria ed economica in corso, non potendo far altro che macelleria sociale: comprimere i diritti e i salari per salvare la competitività delle imprese e la realizzabilità del profitto.
Ma c’è un altro motivo di fondo che ci interessa porre all’attenzione: sappiamo infatti che in molti ci diranno che così, non andando a votare, si fa vincere la destra, si fa tornare Berlusconi al governo per altri cinque anni. Ci siamo caduti un po’ tutti in questa gabbia. Ma ora, dopo l’esperienza del governo Prodi, chi lo sostiene pecca davvero di ingenuità o di malafede. Tutti noi – intendiamo i compagni e le compagne dei movimenti, dei centri sociali, delle associazioni, ecc… - siamo andati a votare nelle scorse elezioni con “la puzza sotto al naso”, pur di scongiurare l’ipotesi di un governo di destra. Per questo motivo una parola in difesa dell’astensionismo consapevole è necessario spenderla: la cultura di destra vince non certo perché ci sia l’astensionismo, ma per l’assenza di un progetto di rappresentanza "di sinistra". L’astensionismo, almeno quello di sinistra, è una conseguenza dell’incapacità della sinistra di governo, e solo in seconda battuta può essere la causa della vittoria della destra. Che non si inverta l’ordine delle cause. Se la destra vince è perché la sinistra è incapace di dar voce ai bisogni sociali.
E questa riflessione apre ad un secondo interrogativo che ci poniamo da qualche tempo: abbiamo sempre considerato come verità degna del vangelo l’ipotesi che i governi cosiddetti “progressisti” siano sempre e comunque meglio di quelli esplicitamente conservatori e reazionari. La motivazione che ci siamo sempre dati era piuttosto semplice e comune: un governo progressista offre spazi di agibilità politica comunque più ampi di un governo liberticida. La domanda che vorremmo ora rivolgere a tutti e a tutte è se oggi sia ancora vero questo assunto: noi non sappiamo più rispondere con sicurezza! Abbiamo visto una società in fermento sotto il governo Berlusconi, con manifestazioni e scioperi quasi ogni mese e i movimenti in azione costante. Abbiamo visto in piazza milioni di persone. E abbiamo invece assistito a come la parte più viva della società italiana abbia annaspato durante i due anni di governo Prodi, tra tentativi timidi di tirare con una mano qualche ceffone e le scuse pronte nell’altra.
Per chiudere senza concludere, diciamo che in realtà il vincitore di queste elezioni già c’è e non è né Veltroni, né Berlusconi: sarà come al solito l’italiano medio, il moderato, quello, per intenderci, che affolla le statistiche e i sondaggi. L’uomo-massa. E come disse Nietzsche a proposito della massa: “Che se la porti via il diavolo e la statistica!”.
Occorre formare moltitudine per uscire dalla dittatura di tutti su ognuno, esito tragicomico della democrazia rappresentativa e vero serbatoio elettorale del duopolio veltrusconiano. Riprendere in mano l’organizzazione delle lotte sociali e solo a partire da queste costruire ipotesi di rappresentanza.
E’ l’indicazione - la nostra ipotesi di lavoro politico - per i mesi a-venire.
Caserta, 10 aprile 2008
Laboratorio Sociale Millepiani Caserta